
Cristianesimo come antichità
Quando, in un mattino di domenica, sentiamo suonare le vecchie campane, ci chiediamo: ma è possibile? Tutto questo per un ebreo crocifisso duemila anni fa, che diceva di essere il figlio di Dio! La prova di questa affermazione manca. Senza dubbio, ai nostri tempi la religione cristiana è un’antichità che emerge da un’epoca remotissima, il fatto che si presti fede a quella affermazione, mentre di solito si esamina con tanto rigore ogni pretesa, è forse il frammento più antico di questa eredità. Un dio che fa figli con una donna mortale; un saggio che esorta a non lavorare più, a non tener più tribunali, ma a pensare alla prossima fine del mondo; una giustizia che accetta l’innocente come capro espiatorio; qualcuno che comanda ai suoi discepoli di bere il suo sangue; preghiere per interventi miracolosi; peccati commessi contro un dio ed espiati da un dio; paura di un aldilà, la porta del quale è la morte; il segno della croce come simbolo nel mezzo di un’epoca che non conosce più la condanna e l’umiliazione della croce: quanto orridamente ci alita contro tutto ciò, come dal sepolcro di un passato antichissimo! Dovremmo dunque credere che ancora si crede a questo?
Essere religiosi con vantaggio
Ci sono persone lucide e abili nel loro lavoro, alle quali la religione sta cucita come un orlo di umanità superiore: queste fanno molto bene a restare religiose, ciò le rende più belle. Tutti coloro che non si intendono di qualche mestiere di armi – e tra le armi vanno annoverate anche lingua e penna – diventano servili: ad essi la religione torna molto utile, perché così la loro servilità prende l’abito della virtù cristiana e ne esce sorprendentemente abbellita. Le persone alle quali la vita quotidiana appare troppo vuota e monotona, facilmente diventano religiose: ciò è comprensibile e scusabile; solo che non hanno alcun diritto di esigere religiosità da coloro per i quali la vita quotidiana non scorre vuota e monotona.
Il cristiano comune
Se il cristianesimo avesse ragione predicando un dio vendicatore, il peccato universale, la predestinazione e il pericolo della dannazione eterna, sarebbe segno di stoltezza e di mancanza di carattere non farsi preti, apostoli o eremiti e non lavorare angosciati e tremanti unicamente alla propria salvezza; non avrebbe senso trascurare il premio eterno per la comodità temporanea. Presupposto che in genere si creda, il cristiano comune è una figura miserevole, un uomo che veramente non sa contare sino a tre e che del resto, per la sua incapacità mentale, non meriterebbe di essere punito così duramente come il cristianesimo gli promette.
Zaino dei metafisici
A tutti quelli che fanno gran vanto della scientificità della loro metafisica, non si deve rispondere per niente; basta tirarli per il fagotto che, con qualche timidezza, tengon nascosto dietro le spalle; se si riesce ad aprirlo, vengono alla luce, con loro vergogna, i risultati di quella scientificità: un piccolo caro signoriddio, una graziosa immortalità, forse un po’ di spiritismo e in ogni caso tutto un intricato mucchio di miseria da poveri peccatori e di albagia farisaica.
Cristomani, non cristiani!
Questo, dunque, sarebbe il vostro cristianesimo! – Per far adirare gli uomini lodate “Dio e i suoi santi”; e viceversa, quando volete lodare gli uomini, vi spingete tanto in là che Dio e i suoi santi si debbono adirare. – Vorrei che imparaste almeno le maniere cristiane, dato che tanto mancate del garbo di un cuore cristiano.
La preghiera
Solo con due premesse il pregare – quest’usanza dei tempi antichi non ancora completamente estinta – avrebbe un senso: dovrebbe essere possibile persuadere o dissuadere la divinità, e chi prega dovrebbe saper meglio di ogni altro di che cosa abbia bisogno, che cosa per lui sia veramente da desiderare. Ma queste due premesse, accolte e tramandate in tutte le altre religioni, furono negate proprio dal cristianesimo; se esso tuttavia conservò la preghiera, nonostante la sua fede in una ragione divina onnisciente e onniprevidente, la quale appunto rende in fondo la preghiera priva di senso, anzi sacrilega, - anche in questo mostrò ancora una volta la sua ammirevole astuzia di serpente; perché un comandamento chiaro, “non pregare”, avrebbe portato i cristiani per noia a un non-cristianesimo. Nell’ora et labora cristiano, l’ora tiene il posto del piacere: e che cosa avrebbero fatto senza l’ora quegli infelici che si negarono al labora, i santi! – ma intrattenersi con Dio, chiedergli ogni sorta di cose piacevoli, e divertirsi persino un po’ sul fatto di esser tanto folli da avere ancora desideri, nonostante un padre così eccellente, - questa fu per i santi un’ottima invenzione.
Sul futuro del cristianesimo
Sullo scomparire del cristianesimo, e su quali saranno le zone in cui esso cederà più lentamente, ci si può permettere una supposizione, se si considera per quali motivi e dove il protestantesimo si è propagato con tanta virulenza. Esso, come è noto, prometteva di dare molto più a buon mercato tutto quel che dava la vecchia chiesa, ossia senza costosi uffici funebri, senza pellegrinaggi, senza lo sfarzo e la sontuosità preteschi; si diffuse soprattutto nelle nazioni nordiche, meno profondamente radicate di quelle meridionali nel simbolismo della vecchia chiesa e nel gusto per la forma; nel cristianesimo di queste ultime sopravviveva il molto più potente paganesimo religioso, mentre nel nord il cristianesimo significava un contrasto e una rottura con le antiche tradizioni patrie e fu perciò sin dall’inizio un fatto più del pensiero che dei sensi, ma – appunto per questo – anche più fanatico e caparbio nei tempi di pericolo. Se si riesce a sradicare il cristianesimo dal terreno del pensiero, è facile comprendere dove esso comincerà a scomparire: ossia proprio là dove si difenderà più duramente. Altrove si piegherà, ma non si spezzerà, perderà foglie, ma ne metterà di nuove – perché là i sensi e non i pensieri hanno preso partito per esso. Ma sono anche i sensi ad alimentare la credenza che, nonostante tutto il dispendio della chiesa, si amministri pur sempre meglio e più comodamente che con i rigorosi rapporti di lavoro e salario: infatti in quale conto non si tiene l’ozio (o la mezza pigrizia), non appena se ne è presa l’abitudine! A un mondo scristianizzato i sensi obiettano che in esso si deve lavorar troppo e che troppo scarso è il guadagno di ozio: prendono il partito della magia, cioè preferiscono far lavorare Dio in loro vece (oremus nos, Deus leboret!).
Bibliografia:
Friedrich W. Nietzsche, Umano, troppo umano, Newton C., Roma, 1993